Critica

Si sono interessati alla sua pittura numerosi critici d’arte, ricordiamo:
Roberta Filippi, Guido Corrado, Virgilio Patarini, Massimo Pasqualone, Pietro Amato, Cecilia Trombadori, Tommaso Paloscia, Marcello Venturoli, Franco Solmi, Mariano Apa, Augusta Monferini, Lorenzo Mango, Luciano Marziano, Toni Bonavita, Elio Mercuri, Giuseppe Rosato, Gianmario Sgattoni, Farinacci, Giachini, Gilberto Cerioni, Umberto Russo, Aleardo Rubini, Antonio Gasbarrini, Elio Rucci, Vittorio Valeriani, Rino Cardone, Rino Panza, Maria Cristina Ricciardi, Franco Simongini, Gianni Gaspari, Roberto Franco, Francesco Giulio Farachi, Adelinda Allegretti, Alessio Brugnoli, Alberto Melarangelo, Luciano Caramel, Chiara Strozzieri, Leo Strozzieri, Luciano Lepri, Paolo Levi.

 

Stralci di critica

 

La pittura di  Alfredo Di Bacco,  trova la sua genesi artistica nel particolare  clima postmodernista che si afferma in Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, allorquando, all’interno delle estetiche concettuali, si manifestano i nuovi linguaggi di un deciso ritorno alla pittura e alla figurazione,  in movimenti quali  la Transavanguardia, La Pittura Colta,   l’Ipermanierismo,  l’Anacronismo, sostenuti rispettivamente dai critici Achille Bonito Oliva, Italo Mussa, Italo Tomassoni, Maurizio Calvesi.

Non si può, dunque, considerare l’ esperienza pittorica di Di Bacco, senza partire dalla coscienza culturale della  crisi della modernità, sancita dal postomoderno,  che spinge gli artisti a cercare nuove vie per affrontare il dialogo con il proprio tempo, guardando indietro senza nostalgie e andando oltre, senza superarlo.

Dentro questo orizzonte, si configura  la sua condizione di artista, lucidamente  inserito in un processo storico, che se da una parte non rinuncia al mezzo pittorico né al valore dell’immagine, condivisi da  una  genetica culturale che appartiene alla nostra storia, dall’altra  afferma, pienamente e liberamente, una dimensione visionaria che lo pone fuori dalla contemporaneità, in uno spazio e in un tempo inaccessibili, o meglio, accessibili soltanto attraverso la pittura che diviene, per eccellenza,  il luogo della salvezza.

La forza salvifica della pittura, che è quanto di meglio l’artista possa celebrare, è esaltata con rinnovata sacralità, laddove  la nudità aspra e a volte persino  sgradevole dei corpi, diviene  fondamento  e simbolo di una condizione  umana, segno di  autocoscienza, di colui che  non vive uno spazio reale  ma la sconvolgente dimensione di infinito e di immensità.

Dal sentimento dell’assenza di confini, in una terra di nessuno, da questa introiettata immensità,  prende forma e vita  la condizione di  silenzio,  quiete carica di suggestione o terribile oblio,  che  Alfredo Di Bacco, con sapiente visionarietà, mette in scena, lasciandoci con le nostre domande, partecipi delle sue proiezioni.

Maria Cristina Ricciardi – Dal catalogo della Mostra “Alfredo Di Bacco e la forza salvifica della pittura” – Mediamuseum – Pescara 2013.

 

Descrive la sopravvivenza di un ipotetico Adamo disteso e di una Eva pronta a ricominciare dalla propria verticalità, quale sintomo della nuova era. L’unità madre-padre costituisce il fondamento dell’esistenza organica in ogni dove. La diversificazione delle due entità era in origine caratterizzata dalla figura androgina, scomposta e diversificata in tutte le forme possibili. Come non ricordare la tempesta giorgionesca che preconizzava un diluvio imminente, che in quest’opera invece descrive, ma nello scorcio di tempo che segue al disastro. La donna madre si desta ed è pronta, forse a soccorrere l’uomo figlio. Il cerchio si chiude e la vita rinascerà dalla loro unione.

Andrea Domenico Taricco – Dal catalogo della Mostra “Millenium – La Rinascita” – Museo Regionale di Scienze Naturali – Torino 2013.

 

Forti di una tecnica impeccabile e dalla grande capacità comunicativa questi lavori, così apparentemente leggibili e comprensibili hanno in sé l’enigmatico fascino della pittura simbolica con quelle allusività, quei segni che richiamano metafore di stampo classico e che denotano una sicura cultura che diviene così quasi inesauribile fonte di ispirazione. Sicuramente affascinato dalle potenzialità e attitudini espressive della figura umana – specie quella femminile, oltre che dai messaggi  nascosti del proprio intimo, l’autore segue un suo personale percorso emotivo, carico di suggestioni e di raffinati echi culturali, che trovano svolgimento e narrazione in quelle superfici monocrome dove le nudità dei corpi si traducono in misteriose suggestioni della natura e  dell’essenza umana, mentre le loro posture, i loro atteggiamenti, gli oggetti che  l’autore con curata attenzione inserisce, sembrano condurci verso le profondità della psiche e dell’anima.

Luciano Lepri – Da Effetto Arte settembre-ottobre 2012, Alfredo Di Bacco enigmatico fascino della pittura simbolica, EA Editore, Palermo.

 

La tendenza dell’arte contemporanea a convincerci di nuovi parametri efficaci alla lettura dell’opera, sempre meno rapportata all’estetica e sempre più giustificata dalla sua contestualizzazione, fa sì che ormai identifichiamo il figurativo come l’unico approdo sicuro per il nostro sguardo. Parlo di una rappacificazione con la pittura, dopo lo shock dovuto alle installazioni improbabili, alle performance più ermetiche, a certe tipologie di fotografia d’autore.

Ma è sbagliato pensare che l’iconografia debba essere fatta di realtà quotidiane riportate tout court sulla tela o di una tranquilla paesaggistica: Alfredo Di Bacco è la dimostrazione che ancora l’arte figurativa può interrogare con atmosfere tra il surreale e il metafisico, senza fare il verso ai grandi movimenti del passato.

La legge che domina su tutto è quella della luce, rubata un po’ dai capolavori di Caravaggio e un po’ dalle piazze di De Chirico, in quanto strumento di guida all’interno della rappresentazione e anche potente mezzo di concretizzazione di un’atmosfera. Quelle dei dipinti di questo abilissimo autore abruzzese sono sempre cupe, suggestive, talvolta melanconiche, adatte comunque al racconto mitologico o fantastico, che viene costruito grazie a personaggi fuori dal tempo, eppure molto vicini alla nostra stessa sensibilità. Non si tratta esattamente di un’invenzione, infatti Di Bacco aderisce all’inizio degli anni ’80 alla Pittura Colta, teorizzata dal critico Italo Mussa, che intende riportare l’arte al giusto rigore formale, dopo le indagini della Pop Art, dell’Informale e della così detta Arte Sociale. Ma quanti hanno aderito allo stesso manifesto, si sono lasciati andare a un manierismo direi michelangiolesco, piuttosto che cercare riferimenti difficili al passato glorioso dall’arte italiana, come ha fatto e continua a fare il nostro artista.

Allora la bellezza formale prende diverse sfaccettature e incanta ogni volta che desidera mettersi in comunicazione con l’osservatore con quella voglia esibizionista di catturare costantemente l’attenzione. La nudità degli attori del quadro sicuramente fa la sua parte, perché, indossata con una disinvoltura che ormai non ci appartiene più, facilmente ci riporta a un’altra epoca o addirittura ad un tempo mai esistito, che è esclusiva della mente del suo creatore. E poi c’è la donna, protagonista assoluta delle ossessioni del pittore, amata e descritta in ogni modo e ad ogni età, sempre con la stessa devozione, che la rende il simbolo superiore della bellezza assoluta. Questo non vuol dire che le sue fattezze debbano dipendere da canoni limitanti, che la vogliono fintamente proporzionata in ogni sua parte: ci si riferisce a una perfezione di concetto, che la considera come l’unico essere capace di generare la vita.

Proprio il binomio vita-morte è ricorrente nell’opera di Alfredo Di Bacco, che con destrezza abbraccia così ogni sfera dell’esistenza umana e gioca a farci rapportare tanto con le nostre possibilità, quanto con i nostri limiti. Coraggioso questo autore, che non ha paura della forza respingente di uno stile che coinvolge nel profondo e da oltre quarant’anni va avanti per la sua strada, dove sempre ci sarà posto per nuovi compagni di viaggio.

Chiara Strozzieri – Da Abruzzo Impresa, aprile 2011 – L’oscura bellezza di Alfredo Di Bacco – La Pittura Colta di un abruzzese dalla tempra caravaggesca.

 

Due mostre personali che saranno allestite al Palazzo Santoro Colella di Pratola Peligna (dal 10 al 19 aprile 2011) e al Mediamuseun di Pescara (dal 27 aprile all’11 maggio 2011), porteranno alla ribalta l’opera dell’artista abruzzese Alfredo Di Bacco uno dei più significativi pittori italiani facenti parte di quell’indirizzo denominato “Pittura colta” che negli anni ’80 fu teorizzata da Italo Mussa come fondamentale capitolo del postmodernismo nel campo delle arti visive in opposizione anche alla Transavanguardia di Bonito Oliva la cui caratteristica, a mio avviso, consisteva nell’apologia di un vanto: quello del non saper dipingere.

Al contrario Mussa, avvertendo da parte di alcuni artisti la nausea di tanti sterili sperimentalismi, si propose meritoriamente di sostenere una pattuglia ragguardevole di pittori dallo straordinario rigore formale e dotati di un’invidiabile tecnica esecutiva. Negli stessi anni altri illustri studiosi praticavano identici sentieri; ad esempio Maurizio Calvesi con l’Anacronismo, Italo Tomassoni con l’Ipermanierismo, per finire con l’indimenticato Giuseppe Gatt, scomparso lo scorso anno, mentore a partire dal 1985 della notissima Nuova Maniera Italiana.

Tornando ad Alfredo Di Bacco, c’è da osservare come ad una tecnica raffinata di esecuzione si unisca una cultura umanistico-rinascimentale davvero rara come si evince dall’analisi di alcuni fondamentali elementi strutturali delle sue opere, in primis il disegno, il colore e il tono, asservito quest’ultimo ad una calda atmosfera arcadica che lascia intuire la volontà romantica dell’autore di trasferire lo spettatore in un passato remoto felicissimo come poteva essere appunto quello praticato dai componenti della celebre Accademia, fondata, come noto, nel 1690 e ispirata alla mitica regione greca abitata da pastori. […]

Veniamo ora a parlare della mostra di Pratola Peligna che poi sarà reiterata al Mediamuseum del capoluogo adriatico. È curata da Chiara Strozzieri che nel suo testo critico per il catalogo evidenzia come dopo l’azzeramento linguistico della poetica informale Di Bacco, di concerto con i colleghi della pittura colta, abbia sentito la necessità di volgere lo sguardo ai grandi del passato, accettando contaminazioni surreali e metafisiche, per riportare l’arte a un certo rigore formale.

A questo proposito già negli anni settanta l’artista peligno in una serie di eleganti disegni a matita mostrava un’attitudine alla compiutezza formale e alla costruzione classica della postura delle figure. Successivamente con la pittura ad olio egli riuscirà a meglio definire il binomio forma-contenuto approfondendo ancor più il concetto di storia proprio della cultura citazionista. Essa è vista come accumulo, stratificazione nel tempo di visioni, culture, stili, ideologie intese come pensiero filosofico, il tutto in grado poi di recepire adattamenti consoni al proprio tempo.

Si vuol dire che sulle radici di una tradizione classica vengono innestate traiettorie della contemporaneità che sappiamo essere apologetica del soggettivismo. Nel contrasto onnipresente tra luce e ombra, che al dire di Chiara Strozzieri “offre richiami cinquecenteschi e induce al coraggioso accostamento con l’artista maledetto, il Caravaggio”, emerge un forte potenziale dell’individuo raffigurato, per lo più della donna, che sempre primeggia nelle sue preferenze. La luce, e per contrasto l‘ombra non solo è mirata ad esaltare la plasticità dei corpi, quanto piuttosto a separare l’individuo dalla stretta fisicità corporea.

Parlavo poc’anzi di richiamo all’esperienza di Arcadia, un’esperienza che seduce la fantasia dell’artista che induce lo spettatore alla contemplazione, la quale non può concretizzarsi se non in un clima di silenzio e di soffuso crepuscolarismo. Le sue tele sono favole mitiche ove i nudi personaggi soprattutto femminili risultano ebbri di luce soffusa ma ombrosa e totalmente morbida, come si conviene a chi abbia a cuore di esternare la nostalgia per un mondo arcadico appunto.

Tocchiamo qui il tema del postmodernismo a cui si faceva cenno all’inizio e non è eretico credere che certe tessere iconografiche storiche sono per Di Bacco strumentali, nell’andirivieni tra passato da riesumare e futuro da proporre, a quello che chiamerei “figurativismo astratto”. Coesistono infatti nelle sue immagini sempre coloristicamente controllate e compattamente idealizzate, l’opulenza delle nudità pudiche e l’ideale rarefazione della carne.

È la magia di un’atmosfera “altra”, metafisica o surreale che dir si voglia, che solo gli artisti di talento riescono a porre in essere: trattasi di una magica sospensione della fisicità, sicché il reale non è più realistico e lo stesso spegnimento della timbricità dei colori è funzionale all’armonia dell’anima che è la verità somma a cui il maestro sulmontino ha sempre mirato.

Leo Strozzieri – Da Cultura in Abruzzo “Alfredo Di Bacco, la pittura si riconcilia con l’estetica” – 2011. WN Edizioni Online

 

Essere circondati da un nutrito numero di opere di Alfredo Di Bacco, conosciuto come un abruzzese di grande talento, che non ha mai tradito in tanti anni di ricerca il proprio stile manieristico, convince della difficoltà di vivere quelle atmosfere cupe a cui ci ha abituati. Si tratta di giochi d’ombra talvolta angosciosi, che aprono il sipario su scene improbabili, nate dall’accostamento di personaggi mitologici con altri presi dalla contemporaneità, dall’incontro tra ambientazioni oniriche e oggetti molto reali.

Non si può solo tornare alla figurazione, dopo che l’Informale ha dato all’arte una possibilità in più di azzerare i valori estetici formali e la Scuola di piazza del Popolo del terzetto Schifano-Angeli-Testa ha inflazionato la Pop Art, ma si deve anche scegliere la propria ispirazione, volgendo lo sguardo ai grandi del passato. Agli inizi degli anni ’80 la Pittura Colta, teorizzata dal critico Italo Mussa, accetta contaminazioni surreali e metafisiche, per riportare l’arte a un certo rigore formale.

Di Bacco si avvicina alle idee di questo movimento e compie un passaggio importante dal disegno a matita, su cui si è esercitato per anni, concentrandosi, anche a scapito del colore, sull’indagine della figura umana e del suo sguardo interrogativo, alla pittura a olio, che diventa simbolica e schiava dell’inconscio. Eppure c’è un elemento che caratterizza il lavoro dell’autore abruzzese e che presto lo identifica come una voce fuori dal coro: il contrasto onnipresente tra luce e ombra, che offre richiami cinquecenteschi e induce al coraggioso accostamento con l’artista maledetto, il Caravaggio. Da questi egli apprende una lezione fondamentale sul potere dell’elemento luminoso nell’opera, come guida alla scoperta delle sue parti principali e all’oscuramento di verità di poco conto.

È così che la mano dell’artista si fa seguire in un movimento preciso lungo la superficie e dà l’idea di una preminenza del suo volere creativo sull’oggettività delle cose. Ciò che gli interessa mettere in luce è sicuramente la plasticità dei corpi, che amplifica a dismisura l’importanza di un’umanità protagonista della rappresentazione, la quale schiaccia con la propria gestualità e vitalità un’ambientazione messa sempre in secondo piano, sebbene talvolta sia attentamente caratterizzata.

La contrapposizione tra buio e luce spinge inoltre il pittore a riflettere sul tema della morte, ricordando ancora una volta eccellenze caravaggesche come la Sepoltura di Cristo, in cui il passaggio all’ombra equivale al sopraggiungere della morte. Nel prevalere del dato luminoso chiaramente tutti i colori in qualche modo si spengono ed emerge il carattere tenue di alcune tonalità che sembrano particolarmente adatte a descrivere una vita ormai spenta.

Mi riferisco ad esempio al velo grigio che copre a metà il corpo inerme di Rosa, un quadro che con estrema delicatezza e l’aiuto di un fiore racconta la morte di una giovane donna. Il passaggio dal tessuto cinereo alla pelle della ragazza, che già si fa livida, mostra la linea sottile tra la vita e la morte e riduce quest’ultima alla perdita della gioia dei colori, all’ingresso in un’esistenza neutra ed eterna. Rimane una rosa come simbolo dell’amore che sopravvive alla fine, come vuole il mito di Adone, certamente conosciuto da Alfredo Di Bacco, la cui preparazione artistica si risolve in una conoscenza universale, avvalorata dalle prime opere di carattere mitologico, ma anche da quelle sacre, ispirate alla vita dei santi e alle parabole bibliche.

Qualunque sia la tematica affrontata, la figura femminile impera come un’ossessione del poeta/pittore che di lei non può fare a meno e nei suoi canti composti col pennello non fa altro che esaltare la sua bellezza e la sua forza. La perfezione di questa creatura magica, in grado di generare la vita, è magnificata nella sua nudità, che viene ritratta a età diverse e la rende amabile in tutte le accezioni. Di Bacco osserva con incanto l’eleganza giovanile dei ventri piatti e delle cosce tornite, concepisce corpi atletici, capaci di assumere posizioni complesse e dinamiche nello spazio, che sembra accendersi al loro tocco. Allo stesso tempo adora la disinvoltura con cui figure mature mostrano i loro seni scesi, i fianchi floridi, i volti segnati dal tempo.

Comunque sia, la donna è una fonte di ispirazione continua, che gli offre lo spunto per interrogare anche se stesso, perché il quadro diventi la sublimazione di uno stato d’animo, di un sentimento. Durante questa analisi profonda, la relazione uomo-donna torna a più riprese attraverso uno scambio continuo di ruoli, che rende entrambi vittime e carnefici allo stesso tempo: difficile digerire la violenza di opere come Inquisizione o Come pietre, in cui delle giovani vedono violata la loro libertà e l’unico motivo di questo sopruso sembra essere una bellezza colpevolizzata; è possibile farlo solo pensando ad altri pezzi (La Dominatrice, La Coppia, Sottomissione, Tre rose), che al contrario danno alla donna piena libertà e assoluto potere.

I dubbi sulla natura della relazione tra i due sessi vengono chiariti definitivamente in un dipinto particolarmente riuscito, Dopo la tempesta, che vede una coppia arenata su un lembo di terra, mentre pian piano all’orizzonte sta tornando il sereno. Sembra proprio che la tempesta a cui si fa riferimento sia quella di Giorgione, capolavoro del 1506-’08, in cui però ancora campeggiava un fulmine, simbolo di un annuncio nefasto del Divino alle sue creature, ormai separate dalla grazia del Paradiso. Nel quadro di Alfredo Di Bacco si sentono ancora gli echi del passaggio della burrasca, ma la luce apre uno squarcio nel cielo e va a pacificare ogni cosa, consolando l’umanità per il suo destino di solitudine e isolamento da un regno meraviglioso, simboleggiato da una chiesa/castello ai piedi della rappresentazione. Le suggestioni giorgionesche lasciano il campo a differenze sostanziali come la nudità dei corpi, che non necessita di identificarsi tramite il vestiario con la gente di un’epoca precisa, ma ingloba il creato intero, o come la preminenza della donna, condottiera che si alza in segno di sfida contro il proprio destino, mentre l’uomo fiaccato giace rivolto a terra.

Dunque non solo la donna è un essere forte più di ogni altro, ma è una protettrice, un’alleata a cui fare riferimento, un’amante pronta a difendere il suo uomo, anche a costo di combattere contro qualcosa di più grande di lei, di opporsi alla vita che le è stata riservata.

“Dopo la tempesta” è una delle opere in cui l’artista ha creato un dialogo serrato con l’ambiente, riacquistando la fiducia in una natura oggi trasformata da una falsa idea di progresso. Il paesaggio riacquista una sua autenticità, rifacendosi agli albori della storia, tingendosi di verde incontaminato, liberandosi di qualsiasi traccia del mondo contemporaneo. In questo modo Di Bacco fa anche un omaggio alla sua terra d’Abruzzo e in particolare a Popoli, dove oggi vive e opera, con le sue rocce perennemente battute dal vento e il fiume Pescara, che qui ha le sorgenti. Del resto è proprio questa porzione di mondo ancora incontaminata a ispirare costantemente il pittore, a creare nella sua immaginazione un’atmosfera ancestrale, capace di riportare l’uomo a una vita selvaggia e pura.

È da notare l’illuminazione che prende queste ambientazioni naturali, il più delle volte salvandole dalle tenebre e arricchendole di cieli limpidi, in cui governano una tonalità nuova e un clima rasserenato. Allora si ha modo di affrontare tematiche più dolci, come quella della primavera, del riposo, della maternità, che mostrano un artista diverso, per certi versi più vicino alla Nuova Maniera Italiana, senza tuttavia la necessità di riempire i propri esercizi di stile con citazioni michelangiolesche, come gli aderenti al gruppo di Giuseppe Gatt. Semplicemente Alfredo Di Bacco fa i conti con un’abilità tecnica esercitata in oltre trent’anni di attività, che dà vita a disegni di estrema ricercatezza, sempre molto eleganti e impreziositi da guizzi di grande inventiva. L’esperienza è dimostrata anche dai felici accostamenti tra figure particolarmente audaci, che altrimenti non potrebbero dimostrare la loro giustezza all’interno della composizione, e dal racconto sempre serrato che il fermo immagine del quadro rende implicitamente. La particolarità di una figurazione del genere soprattutto stimola la fantasia e permette alla mente di divagare, alla ricerca di significati appropriati da affibbiare alle scene, di risvolti possibili da immaginare per le situazioni rappresentate.

Se entra in gioco l’empatia da parte dello spettatore, una pittura nata come essenzialmente autoreferenziale conferma il suo alto valore, perché permette di ricalcare le orme dell’artista su un sentiero di crescita continua nel tempo. Alfredo Di Bacco si era rifugiato nelle mitologia, oggi invece è l’inventore di un paesaggio dell’anima dove tutto gli è concesso, perfino di vivere da primitivo o di cambiare senza vergogna la sua condizione nel mondo. Per la sua pittura ogni evoluzione è rivoluzione, basta scorrere gli esiti degli ultimi anni di ricerca per aspettarsi che nuovi scenari fantastici presto si aprano e vengano a svegliare ancora una volta il nostro spirito.

Chiara Strozzieri – Dal catalogo della mostra personale Mondi d’incanto, Palazzo Colella Santoro Pratola Peligna (AQ) e Mediamuseum Pescara, 2011.

 

 

I lavori di Alfredo Di Bacco colpiscono per il realismo della rappresentazione in un contesto di surrealtà.

Un corpo nudo di donna appare disteso in mezzo a una landa desolata, oppure un gruppo di operai lavora a un busto di pietra che emerge dal terreno come un reperto archeologico.

Queste sono le immagini misteriose e inquietanti presentate qui dall’artista, dove prevalgono i cromatismi ombrosi di un tramonto che, più che evocare la notte, sembra presagire una catastrofe cosmica.

Nel delineare la sua narrazione visiva, l’artista rivela una cultura compositiva tutt’altro che scontata, poiché quanto più l’immagine è di fatto leggibile, tanto più rimane inafferabile a una lettura ragionata, dove il non detto emerge con le fattezze di un incubo, come quelli che a volte pervadono la mente prima del risveglio, e che di giorno si rivelano come la proiezione inconscia di una pena segreta.

Paolo Levi – Dal libro catalogo “Monreale”  Una raccolta d’arte contemporanea italiana, C.D.A. Editore 2010, Palermo

 

Equilibrio è anche il termine che meglio di ogni altro accompagna la pittura di Alfredo Di Bacco, raffinato artista che con solido rigore formale fissa sulla tela uno scorcio di campagna in cui non si ha traccia di architetture, ma le figure vivono immerse nella Natura. Da Estate (2006-7) promana un senso di attesa e di straniamento, laddove le figure non solo non comunicano tra loro, ma quasi sembrano ignorarsi. Non possiamo intuire il sesso del più giovane dei personaggi, ma se fosse una bambina potremmo leggere l’opera come una metafora delle tre età della donna, ed in questo caso le tre figure si ridurrebbero ad una sola, ritratta nei diversi momenti della sua esistenza. Abbiamo già parlato dell’acqua come evidente elemento di purificazione. Ma anche di fertilità, aggiungo. Quindi la giovane donna, l’unica in condizione fertile, siede sul letto di quello che sembra essere un fiume e, sguardo fisso davanti a sé, rimane immobile. Al di là di questa chiave di lettura più squisitamente iconologica, l’opera si riallaccia a tutta una serie di composizioni che, soprattutto nel Sette ed Ottocento, erano di gran moda tra i collezionisti di tutta Europa. Ed essere ritratti in un momento di riposo, come fece Johann Heinrich Wilhelm Tischbein nel celeberrimo Goethe nella campagna romana (1787), era una conditio sine qua non per l’aristocrazia europea, che non disdegnava neppure di posare in improbabili vesti di pastori e pastorelle.

Adelinda Allegretti – Dal catalogo Grand Tour, Castello di Grobnik, Čavle (HR) Croazia, 2010

 

Alfredo Di Bacco è un eccellente rappresentante di quel genere pittorico chiamato Pittura Colta, teorizzato all’inizio degli anni Ottanta da Itali Mussa, che guarda alla Storia della pittura come una fonte inesauribile di suggestioni e di richiami, e che considera l’esperienza esecutiva come un valore non meno importante rispetto all’intenzionalità del pensiero. Nei suoi dipinti si realizza il sorprendente viaggio di una coscienza moderna che nel ricorso al mito, alla memoria, all’autoreferenza della pittura storica, soprattutto quella neoclassica e barocca, costruisce il vascello su cui traghettare la propria umanità , la propria sensibilità artistica ferita dalla forzatura di un sistema che spinge sempre più avanti, anche a costo di generare linguaggi artificiosi. Ecco allora il ruolo che la forma ed il colore tornano ad assumere, i significati che ad essi si accompagnano, i presupposti di certe atmosfere che solo la pittura sa rendere senza tempo, laddove si rispecchia l’immagine immobile di chi sa attendere e non confonde la modernità con l’azzeramento della prospettiva culturale.

Maria Cristina Ricciardi – Dal catalogo , Sacralità dell’acqua, sacralità di vita, Museo Archeologico Nazionale , La Civitella, Chieti, 2009

 

 

Il simbolismo di Alfredo Di Bacco crea un flusso pittorico e narrativo, un corso entro cui si fondono da una parte la tenuta della composizione, la forza soffusa del colore, l’attenuato contrasto di luce ed ombra; e dall’altra lo slancio fabulistico e la visione allegorica, la narrazione ed il suo significato, l’ordine del mondo con il farsi dei momenti e dei concetti. Il mondo è un affare complicato, come un oggetto da maneggiare con cura, da comprenderne i pericoli.

Francesco Giulio Farachi – Dal catalogo Ti Riciclo in Arte, Capranica (VT) 2008

 

Notturno, di Alfredo Di Bacco, è un opera di forte valenza concettuale all’interno di un processo pittorico fondato sul dialogo con i repertori iconografici del passato. Suggestioni paesaggistiche rinascimentali, fascinazioni novecentiste o insinuazioni contemporanee, come si coglie nel monumentalismo della figura in primo piano e nell’informale abbigliamento di questa, si mescolano ad allegorie esoteriche, a temi simbolici, a ricordi personali che riemergono come fantasmi del passato. Se ne trae un senso di verità soprannaturale, ieratica e perenne. La memoria, capace di invertire la rotta della storia, diviene elemento scatenante di un fare artistico che riaccredita nella pratica pittorica il pieno valore dell’opera, avvicinando l’autore alla poetica “anacronista” del tempo ”palombaro”, sostenuta alla fine degli anni settanta dal critico Maurizio Calvesi.

Maria Cristina Ricciardi – Dal Catalogo dei Pittori Peligni, Castelvecchio Subequo (AQ), 2002

 

 

… I lavori di Di Bacco appartengono a genesi fantastiche, ricordi di Arcadia fra paesaggi rinascimentali o primo secenteschi, anzitempo la animosa rivolta del Magnasco. Spira in essi un che di statuario, singolarmente ritratto in vesti di sogno, sicchè non sapresti dire se le sue muse, i molti amori, le possenti allegorie, siano d’aria o di marmo…..Giunge al teatro, perennemente in prima ribalta, della psiche. Vorrebbe ricostruire paesaggi dell’anima. E qui si insinua – non è tratto di minor fascino- quel tempo che Esiodo pose a fondazione di ogni altro: i semi del caos, le forme mute, in fieri infinito. E in pittura esse divengono domanda senza risposta. Come pure, sollecitano per forti scotimenti ammutolisci innanzi ai cantori dell’Odeon che hai ora di fronte, recuperando fra immagini di sogno e memorie classiche il fascino ininterrotto di tutte le questioni sospese, a un ciglio dal baratro o appena sulla soglia, già destinate eppure immutabili. Di Bacco resuscita il sogno di una classicità proibita, ricerca il Senso e recupera l’Enigma della poesia. —

Francesco Revel – Dalla presentazione della mostra personale, Il Miracolo della Poesia, Forte Spagnolo, L’Aquila, 1997

 

L’avventura pittorica di Alfredo Di Bacco, principia negli anni Settanta, avvicinandosi ad una pittura di tipo neo-realista, ispirandosi ai motivi di Rauschenberg e Rotella, nella sua critica alla società, una polemica aspra che arriva sino alla rottura. E infatti, è proprio di rottura che si parla, analizzando l’opera di Alfredo Di Bacco: rottura con il mondo esterno, rottura con la vita, con l’essere sociale. La contestazione, l’inutile ma quotidiano battersi per una causa persa, non lo interessano più: stanco ed esasperato smette di guardare il mondo ed incomincia ad immaginarlo, assumendo una posizione di distacco, che lo porta a filtrare il reale attraverso il sentire. Abbandona così gli acrilici, i colori forti, ed i contrasti, per la pittura a olio, con la quale, per la sua pastosità, può ammantare le immagini di quel silenzio ovattato e di quelle sfumature che caratterizzano la sua opera più recente, creando un’atmosfera fra il mistico e l’onirico. —

Cecilia Trombadori – Da Quadri&Sculture, Rivista d’Arte, Febbraio-Marzo 1996

 

L’Unicorno da Pio Monti, dal 15 maggio alla fine di giugno. Intorno a questo favoloso soggetto gareggiano giovani esordienti e giovani maestri: Abate, Di Bacco, Fallini, Frongia , Galliani, Giorgetti-Toraldo, Lisanti, Renda e Tanganelli.

Augusta Monferini – Dalla rubrica Mostre, L’Espresso, Roma 20 maggio 1984

 

Alfredo Di Bacco immette in un paesaggio neometafisico, pieno di silenzio, la visione dorata di un Unicorno equivalente del Cristo/Castità. Portato in aerata processione da amorini immersi nella luce della visione. La pittura si fa riposo, deposito di pennellate come tenerezze, come purezza, come castità: come equivalenza dell’unicorno simbolo.

Mariano Apa – Dal catalogo della mostra Unicorno, Gall. Monti, Roma, 1984

 

 

…E infatti devo aggiungere che questi avvii, fra disegno e colore, tra imbastitura di scena e croccanza di gamme, si fisionomizzano intanto ideologicamente nella bellissima tematica della storia di Pasifae, riproposta dal pittore abruzzese molto al di fuori degli schemi sono giunti fino a noi dal clima parnassiano.

La storia di Pasifae è la storia, incredibile, di una emancipazione femminile intesa da un uomo del nostro secolo che vuole restituire la parità dei diritti anche nel sesso alla donna, dopo le sofferte conquiste femministe. Ma mentre non tocca, nelle immagini della nuda carponi vicino al toro, niente che sia oggetto della men che minima critica nei confronti della donna, l’immagine di Di Bacco illustra quasi una sorta di arresa permissione al darsi, al fruirsi della donna fuori e al di sopra delle ragioni muliebri e riproduttive. Ciascun disegno in bianco e nero (o appena scaldato da una cromia di appoggio) di nudo femminile in cammino nel mito di Pasifae mi sembra, tra le opere più vitali degli anni di pittura che viaggiano, dopo l’inviolato teorema della avanguardia storica, verso il clima della pittura “colta”, di cui in questo momento si sta occupando, con tanta freschezza di entusiasmi e competenza di frequentazioni, Italo Mussa.

Il motivo di Pasifae è dunque una parabola e favola che tocca aspetti sessuo psicologico emancipatori di attualità, per la discrepanza, come dicevo, fra il mito greco e l’anelito alla libertà sessuale della donna oggi nel mondo. Per quanto riguarda Di Bacco è il punto di trapasso fra il suo dipingere per parabole real surreali nel quadro dei valori sociali e familiari della sua storia umana a quello della pittura che io ho chiamato “museicista” (in occasione della mostra del gruppo illustrato da Maurizio Calvesi, alla galleria romana di Plinio De Martiis nel 1980) e che può essere altrimenti chiamata, citazionista, colta, che si affianca, per una diversa rincorsa presa (non più dalla eredità della avanguardia storica, ma dal museo, e del museo, non più quello dell’Ottocento) a quella dei Piruca, dei Mariani. Ma è chiaro che questo approdo del pittore abruzzese non è la somma di tutte le altre sue vitali istanze di lavoro, ma una necessaria premessa “colta”, quanto a domandare ancora a se stesso cosa può insegnarli il museo, non già come” stile”, ma come contenuto (onirico, del sub conscio) per esprimere se stesso oggi.

E, veramente, il fruitore di questa interessante mostra personale, non certo di ordinaria amministrazione, si potrà domandare quanto sia rimasto di genuino e di riconoscibile in scene di così pura grazia arcaica, in paesaggi così fieramente depennati dalla presenza umana.

Ma devo subito aggiungere che quando vidi tre di questi quadri, per altro non fra i migliori fra quelli che ora posso scegliere, mandati dall’artista al “Michetti” di quest’anno, ne rimasi colpito, perchè, sapendo dei precedenti di Di Bacco, vedevo in questo suo svolgimento lo specchio di una consapevolezza: il Museo era lui un modo di attingimento al profondo della sua storia umana, della storia di tutti, che, dopo decenni di modernità spinta ritrovano una misura più umana ed interiore, non nella negazione pura e semplice del linguaggio pittorico d’oggi, ma nella rimeditazione di quello di ieri e di ieri l’altro, fino all’epoca d’oro del Museo, per l’acquisizione dal profondo, attraverso l’immagine aulica, di più edificanti, persuasivi, veritieri miti della nostra realtà.

Marcello Venturoli – Dal catalogo della mostra personale Galleria D’Arte Moderna, Teramo 1983

 

…Anche Di Bacco, “à la manière de”, cita di pari passo una tela classica di Sebastiano Ricci, per ritrovarvi una sua microstoria. Rivisitata magari con allegorie mitologizzanti, dove autoritratti di satiri sfacciati piombano di sorpresa tra dee e amorini; o ancora sbeffeggiata con il busto serafico di un Brezniev cinto con una corona di alloro.

Il tutto, ed è questa la maggiore novità, ambientato quasi sempre all’aperto anziché in interni, tra le quinte di un paesaggio reale, abruzzese, dipinto con una gamma cromatica dalla caratura seicentesca. Pastorali ed Arcadie sono nel contempo ridicolizzate dall’emergenza di Veneri impudiche o di putti impertinenti( Autocitandosi od effigiando moglie, figli ed altri amici) che con impietosa parodia mimano eventi storicamente irriproducibili: gle sguardi sono impregnati di malizia e di peccato della carne ha riempito ogni poro di quei nudi statuari, dall’improponibile idealizzazione. Si può inoltre osservare una crescente padronanza nell’amalgamare ed assemblare in una stessa scena (predomina sempre in Di Bacco il gusto per una certa teatralità) diversi scorci di un paesaggio vero sì, ma ritagliati dall’atmosfera epocale in cui erano immersi.

In sintesi si tratta di appunti di viaggio d’una scorribanda estetica in cui tentazioni revivalistiche, suggestioni neoromantiche, mode del momento sono tenute alle debite distanze: le contaminazioni di qualche accento di un Piruca o di Bartolini sono state presto depurate da un’autonomia personale”luce del tempo”, che ha saputo via via prendere coscienza di una patina originale: Nelle ultime tre o quatro tele infatti lo scenario naturale è stato un po’ “potato”, liberato da presenze di “ruine” risultate a volte troppo ingombranti.

La validità di queste microstorie demitizzate è stata pertanto recuperata più che dall’irriverente citazione di reperti iconografici, dall’aulicità di enigmatici silenzi metafisici aleggianti tra alberi piegati dallo scorrere di un leggero ed impalpabile vento d’un tempo colto nella sua integrità poetica.

Antonio Gasbarrini – Dal catalogo della mostra personale Officina Culturale77. L’Aquila 1983

 

 

Nella galleria “Inquadrature” di Marcello Innocenti una mostra di quadri dell’artista abruzzese Alfredo Di Bacco.

….Di Bacco riscatta le sue evitabili lacune con una capacità disegnativa che potremmo dire lodevole se non avesse a render conto di talune ingenuità di linguaggio forzate appunto dalla resa tecnica del mezzo. Questo vuol dire che esistono, nella personale di oggi, anche pregevoli impennate nelle quali l’uso della grafite non soltanto si leva spavaldo come elemento portante della composizione, ma si trascina con sé qualche ottimo tentativo cromatico che dà tono al linguaggio espressivo e ne indica le possibilità di sviluppo.

Si tratta di una pittura realistica, lontana dai vari ”iper” ancora di moda, capace di assumere nella descrizione anche dettagliata un atteggiamento critico rispetto ai fenomeni che intende riproporre.

Tommaso Paloscia – Da La Nazione Giovedì 26 gennaio 1978 Mostre d’arte – Alfredo Di Bacco

 

 

….E che dire del giovane Alfredo Di Bacco, il quale qui stavolta lascia indietro le compitazioni vetrine del colore alla maniera di altri figuratori (alla Mulas, alla Titonel) per lanciarsi in una policromia di notazioni grafiche molto aperta? Non c’è paragone fra le cose che ha esposto qui e quelle che stanno in questo Agosto al Michetti: qui la sua grafica diradante è un fatto nuovo; porta avanti su una via di rarefazioni il discorso dei disegni di Falconi. Ottimo quello rosa inaridito delle “ragazze”, una esistenza molto immaginata, una realtà già simbolo; e questa è la strada che può meglio percorrere nei prossimi mesi.

Marcello Venturoli

….Una sorta di naivetèe segnano i quotidiani avvenimenti di Alfredo Di Bacco.

Luciano Marziano

Dal catalogo Premio Avezzano (AQ) 1977

 

 

…Nelle opere di Alfredo Di Bacco, poi, avvertiamo il necessario tentativo di riportare la realtà al suo stato naturale, cioè di astrarla da ogni ingerenza del sistema, e mostrare brani di essa recuperati dalla discontinuità e quindi liberi e socialmente affrancati da progetto totale.

Gilberto Cerioni – Dal catalogo Rassegna “G.B.Salvi” Sassoferrato(AN) 1976

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